La mia esperienza con la misofonia è iniziata alle elementari, anche se non sapevo effettivamente quale fosse il termine. Ho un ricordo vivido di una compagna di classe che sedeva dietro di me in quarta elementare. Aveva avuto un intervento di tracheotomia e un’insegnante di sostegno la aiutava. Ogni volta che respirava o contava, enfatizzando alcune consonanti, io mi sentivo male e non riuscivo a concentrarmi. Il mio stress era evidente e l’insegnante di sostegno mi rimproverava perché non capivo la situazione, né la mia né quella della bambina. L’ultimo anno di elementari ho iniziato a perdere i capelli per lo stress. Mi dicevano che era una questione di ansia e mia madre mi incoraggiava a resistere fino alla fine dell’anno scolastico, dato che poi avrei cambiato scuola.
Alle medie la situazione si era calmata un po’, anche se i sussurri in classe mi davano fastidio. Al liceo il problema è peggiorato: non riuscivo a concentrarmi sulle verifiche o durante le interrogazioni a causa del brusio di sottofondo. Mia madre mi suggerì di usare tappi per le orecchie in gommapiuma o silicone, ma non sapevo che il problema fosse proprio la misofonia.
Durante il lockdown del 2020, la didattica a distanza per me fu un sollievo. Mi permetteva di concentrarmi meglio senza i trigger presenti in classe. Oggi, in università, la situazione è complicata: è un ambiente più grande e difficile da controllare. Ho scoperto di avere nuovi trigger, come le voci dei bambini, o la masticazione, specialmente quando mio nonno mangia con la bocca aperta. A volte mi alzo inconsciamente durante i pasti e mi allontano, per poi tornare a vedere se ha finito di mangiare.
Ho fatto molte ricerche e trovato informazioni su Reddit, dove ho scoperto che non ero solo. Sono stato in terapia con una psicologa che mi consigliava l’esposizione ai suoni che mi davano fastidio, ma per me è stato controproducente.
Ho scoperto l’associazione AIMIF e letto il loro libro, che ho condiviso con la mia famiglia per sensibilizzarli. Ho iniziato una terapia più mirata con una dottoressa che mi ha dato strategie concrete di coping. Anche se non ho risolto tutto, ora riesco a gestire meglio i miei trigger e affrontarli con tecniche di respirazione e strumenti anti-stress.
Spero di trovare un futuro più sereno, magari con strategie che mi permettano di affrontare meglio certi ambienti, come l’università o luoghi pubblici dove ci sono molti bambini. Per ora, evito alcune situazioni per proteggermi dallo stress e dal rischio di reazioni forti.
Una volta ho avuto una brutta esperienza all’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Dovevo fare una visita di controllo, ma la sala d’attesa era piena di bambini che urlavano e giocavano rumorosamente. Ho cercato di isolarmi con le cuffie e la musica a volume alto, ma alla fine ho iniziato a sentirmi sopraffatto e sono dovuto uscire dalla sala per evitare di avere una reazione eccessiva. È stato un momento difficile, perché normalmente riesco a gestire bene le mie emozioni, ma lì mi sono sentito completamente in trappola.
Il fatto che informiate il pubblico è fondamentale. Espandere la sensibilizzazione nelle scuole e università potrebbe essere molto utile. Ho visto iniziative per l’autismo nei cinema, dove abbassano le luci e il volume, ma manca un’iniziativa simile per la misofonia, per esempio non permettendo il consumo di cibo durante la proiezione.
Anche nei mezzi pubblici e nei luoghi affollati servirebbe più attenzione al rispetto degli altri. L’università potrebbe riconoscere la misofonia e offrire aiuti specifici, come posti più tranquilli per le lezioni. Spero che l’ICD includa presto la misofonia, perché così i medici potranno diagnosticarla e le istituzioni dovranno prenderla più seriamente.
Intervista a cura di Elena Gasparri.



