Vivere con la misofonia. Intervista a S.B.

Vivere con la misofonia. Intervista a S.B.

Da quando avevo circa sei anni mi da fastidio il suono del respiro, non solo il russare, ma anche solo avere una persona vicino che respira. È una situazione che non ho mai sopportato e quindi ho sempre dormito con i tappi, che però non bastano. Già da piccola mi sembrava di essere strana rispetto agli altri, che dormivano tranquillamente insieme. Pensavo semplicemente di essere sensibile ai suoni, ma non mi era mai venuto in mente di avere un disturbo particolare.

Però i disturbi più intensi sono arrivati con i cellulari. Io non sopporto le musiche, soprattutto quelle provenienti da strumenti elettronici, e non sopporto la televisione in lontananza. Il suono lontano mi dà fastidio, mi distraggo e non riesco a concentrarmi.

Ora prendere il treno per me è un disagio, perché la gente ascolta musica, guarda video, fa videochiamate col vivavoce e io detesto le persone che lo fanno. Vivo in un paese turistico e d’estate la gente mette musica che si sente a chilometri di distanza, e questo mi fa stare male. Mi aumenta il battito, mi arrabbio tantissimo, e la mia reazione non è proporzionata all’evento. È come se qualcuno venisse a casa mia e mi picchiasse.

Allora ho iniziato a fare qualche ricerca e ho scoperto che esiste un disturbo legato ai suoni: la misofonia.

Sono un’insegnante di sostegno e la misofonia è uno dei motivi per cui ho scelto questa professione: ho riconosciuto la diversità e volevo aiutare. Ho fatto una tesi sulla misofonia per informarmi su questo disturbo, perché mi sembrava simile a quello che hanno i ragazzi autistici, che hanno problemi con determinati tipi di suoni. Ho cercato informazioni e mi sono iscritta all’AIMIF per approfondire.

Ho scoperto che la misofonia potrebbe essere legata alla fobia sociale. Sono andata da una psicologa qualche mese fa e ho scoperto di avere la fobia sociale, anche se non ne ero consapevole. Ho sempre saputo di avere un problema legato alla socialità, ma non gli avevo mai dato un nome. Ora mi rendo conto che il fastidio che provo per i rumori potrebbe essere legato a questo aspetto della mia personalità.
Il percorso con la psicologa è stato utile perché lei conosceva la misofonia e semplicemente il fatto di sapere che una persona ne è consapevole è confortante. Durante i miei studi ho cercato di parlarne con esperti, ma nessuno lo conosceva.

Un percorso terapeutico specifico per la misofonia ancora non l’ho fatto, perché al momento non è così debilitante per me. Però mi piacerebbe fare qualcosa per migliorare la situazione, perché a livello sociale il fatto di non poter dormire con nessuno è fastidioso.
La mia famiglia sa del mio disturbo, ma a volte lo trattano come una mania, non come un vero disturbo. Questo è l’aspetto più difficile, perché non essendo riconosciuto, viene spesso minimizzato. Con i colleghi ne ho parlato, ma non è semplice perché sembra che abbia un problema psicologico e può essere controproducente.
Il fatto di conoscere il disturbo può aiutare a scuola a riconoscerlo anche nei ragazzi. Penso che la sensibilizzazione sia importante, magari con video educativi o interventi nelle scuole. Sarebbe bello, perché gli studenti potrebbero incontrare qualcuno con misofonia e sapere già di cosa si tratta. Anche gli insegnanti e i genitori verrebbero informati.
La scuola è un ambiente prezioso per diffondere questa conoscenza, anche se è difficile entrarci. Ma sarebbe centrale per creare consapevolezza.

Intervista a cura di Elena Gasparri.

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